27 gennaio 2013

Karma Chameleon

Inizio a pensare che forse non è il luogo in cui sono ma il cosa sto facendo.
Che sembra la scoperta del manico a sinistra, ve lo concedo, ma allo stesso tempo uno pensa sempre di conoscersi abbastanza a fondo da sapere quali sono le scelte migliori da fare e le strade da percorrere.
Beh, no.
Ma proprio per niente.

Però, se ho imparato qualcosa in questi miei quasi 30 anni (mannaggialcacchio) è che a volte per arrivare alla soluzione, devi prima risolvere tutto il procedimento. E, sempre a volte, il procedimento è molto più lungo e laborioso di quanto poi sia la soluzione in sé.

E quindi niente, piano piano ci si arriva.
Come Eowyn, quello che mi fa paura è la gabbia. About time.
La Gabbia che prima di venir qua pensavo fosse casa, la Brianza, il restare incatenati agli stessi luoghi e agli stessi modi. Ora che sono dall'altra parte del mondo, capisco che non è così. Soffro ancora la gabbia e purtroppo un po' te la porti dietro con le scelte che fai, con le routine che costruisci giorno per giorno, con le situazioni in cui ti trovi anche involontariamente.
Ho bisogno di vivere situazioni in cui c'è continuo movimento, sono sempre stimolata, ho la possibilità di fare la differenza o di rallentare per godere il paesaggio. Ho bisogno che ogni mattino sia diverso da quello precedente e se non lo è, perlomeno che la giornata si evolva in modo diverso. Ho bisogno di impegnare testa e corpo in cose che prendono vita, che germogliano, che crescono, che cambiano.

E no, non sto parlando di mettermi a fare la giardiniera.
Ho il pollice nero.

20 ottobre 2012

Si ritrovano persi in Paesi lontani a cantare una terra di Profughi e Santi

Tra poco sarà un anno che son via da casa.
Non me la sento di tirare somme, il viaggio è appena cominciato ed è ancora tutto troppo in fase di assestamento per poter dire che ecco, questo va meglio e questo va peggio quindi è meglio se resto / torno a casa.

Diciamo che sono ancora in una fase in cui va a giorni.
Mi rendo conto che i motivi che mi portano a voler tornare a casa sono più di cuore e di impulso, mentre quelli che mi portano a dire che sì, restiamo qui per un po' (e con po' intendo un periodo di gran lunga superiore ad un altro anno) sono più razionali e lungimiranti e che sicuramente mi permetterebbero, alla fine di questo giro di giostra, di tornare con qualcosa in mano, per poter finalmente avere la vita per cui sto tanto sudando.

Che poi non è che siano questi grandi sogni di gloria.
Tutto quello che cerco è un lavoro per cui mi alzo al mattino e mi dico che ok, cazzeggiare è più allettante, ma sto andando comunque a fare qualcosa che mi piace.
Voglio un posto dove sono contenta di tornare a fine giornata, dove invito volentieri gli amici, dove mi rinchiudo nei giorni di pioggia con l'Uomo, un film, un libro o un cappone da fare arrosto, chissà. 
Voglio non dover contare i centesimi alla fine di ogni mese e dover scegliere se comprare da mangiare o pagare il dentista o la rata del frigo nuovo. Anzi, voglio una vita libera dai pagamenti a rate. Certo, tutti vorrebbero navigare nell'oro ma non è tanto a quello che punto, quanto piuttosto alla sicurezza di avere la disponibilità per pagare gli imprevisti e qualche extra, permettermi qualche buon viaggio o una bottiglia di Champagne se mi gira, e andare a letto la sera senza pensare ai conti e a come far quadrare il cerchio delle spese senza finire in rosso o ammazzarsi di lavoro.
Voglio gli affetti vicino. Che non significa necessariamente tornare al mio paese. Vicino può essere anche saltare su un aereo ed essere là in poche ore, poterlo fare anche ogni week end se mi gira. Vuol dire mangiare con loro il Panettone a Natale, bere con loro la mia famigerata Sangria per il mio compleanno, non perdermi (se possibile) il 25 Aprile e il Pintumpleanno e il concerto di Tenacious D con la mia altra metà musicale - con cui peraltro bisognerà organizzare un altro super concerto nel 2015. Ogni 10 anni, come ci siamo promesse.
Voglio essere impegnata che la noia mi uccide ma voglio poter decidere di mandare a quel paese tutto per uno o due giorni, una volta ogni tanto, e di infilarmi in qualche piega spazio temporale a leggere un libro ed ascoltare la musica e fare foto a caso e cucinare e riprendere il ritmo con me stessa rispetto a quello della vita quotidiana.
Voglio vedere quante cose belle ci sono in giro per il Mondo, che è troppo vario e sconfinato per potersene infischiare.
Voglio andare a trovare gli amici sparsi in giro per il Globo, voglio usare la mia macchina fotografica per catturare tutte le cose che mi colpiscono.
Voglio avere il tempo per cucinare per me, per le persone che amo e anche per persone che conosco poco all'occorrenza.
Voglio non perdermi i momenti importanti delle mie nipotine.
Magari poi vorrei anche dei mostriciattoli miei, prima che sia troppo tardi.

02 luglio 2012

Are you really sure of the shape of the ball?

Dovrei probabilmente aprire questo post con qualche sorta di disclaimer tipo "personalissime osservazioni", ma pensandoci meglio il blog è mio.
Il blog è per sua natura personale, ergo non ci sarà bisogno di alcun disclaimer.
Così è se vi pare, diceva qualcuno, e se non vi pare è così ugualmente, date le circostanze del luogo (fisico o astratto che sia).

Parliamo di questi Europei 2012.
La vita di un immigrato è difficile anche in questo.
Ho sempre considerato gli Europei una piccola ma interessante parentesi tra un Mondiale e l'altro, niente di trascendentale tuttavia qualcosa che ho sempre seguito anche se con più leggerezza. Quando sei lontano da casa una cosa come gli Europei 2012 sono un'altra occasione per non sentirsi totalmente chiusi fuori, e cercare di seguirli diventa qualche centimetro più importante.
Poi ti accorgi che per vedere le partite live ti devi alzare alle sei del mattino ed un po' i coglioni frullano; ti rendi conto che quando arrivi in finale e sei elettrizzato e intorno a te non c'è uno straccio di atmosfera poiché, giustamente, l'Europa è dall'altra parte del Globo, un po' il morale striscia verso il basso.

Non starò qui a sottolineare - di nuovo - come a mio parere lasciare il proprio Paese per cercare qualcosa che a casa non si trova non significhi ripudiare la Patria o denigrarla o comportarsi come se ormai tutto debba essere un confronto tra il dentro ed il fuori dei confini o, peggio ancora, siccome sei a 12mila miglia devi comportarti come se le cose che ti riguardano stessero in un raggio di pochi chilometri.
Non sono discorsi che mi interessano, li trovo infantili. Su questo non sono nemmeno più disposta a discutere, sono energie sprecate e parole buttate al vento.

Sapete anche che ho sempre amato il calcio, l'ho sempre seguito e anche dopo che abbiamo dolorosamente divorziato non ho mai smesso di seguire la Nazionale. Non ho mai smesso perché in fondo ho sempre mantenuto un valore romantico dello Sport, un momento in cui nient'altro importa se non la gioia del gioco e l'unità del supporto.
Era per questo motivo che per tanti anni ho frequentato la Curva, prima che tutto si rovinasse e che venisse contaminato da corruzione, politica, violenza, razzismo e tutte quelle altre cose che con lo Sport in sé non c'entrano proprio niente. Una domenica sì ed una no ho presenziato allo stadio e mi piaceva, vivevo la passione del supporto della propria squadra, del cantare tutti assieme perché in campo ci sentissero, della condivisione di gioia e dolore a seconda dell'esito della partita.
Sport e supporto, tutto il resto poteva anche andarsene affanculo, almeno per 90 minuti.
Tutto questo ora l'ho ritrovato nel Rugby, sport che ha sapientemente raccolto le ceneri di quella che era per me la Gloria del Calcio. Non seguo più il Campionato, se non marginalmente.
Seguo con occhio distaccato la Champions League e forse ora me la godo di più. Sicuramente continuo a seguire la Nazionale, sia negli Europei che soprattutto nei Mondiali.

Proprio perché continuo a seguire in onore del romanticismo sportivo che non mi ha mai abbandonato, mi urta terribilmente dover vedere / sentire / leggere quello che ci gira attorno.
I bisbetici che lanciano anatemi perché, non capendo il Calcio o non interessandosene, insultano il tifoso accusandolo di essere superficiale ed esortandolo rudemente ad usare le proprie energie per "cose più importanti". Come se un'Italia senza tifosi risolvesse in 48 ore la Crisi.
Peggio ancora chi, sempre non capendo o non interessandosi, usa il proprio tempo per tifare contro ed esultare per le mancate vittorie.
Non parliamo di coloro che usano il Calcio (o qualsiasi altro Sport) come mezzo per dare sfogo alle proprie frustrazioni politico-sociali: esternazioni di razzismo verso il nostro giocatore nero - bresciano D.O.C.G. per giunta - esultanze poiché la Patria non è l'Italia bensì la Padania, dimostrando ad ogni occasione la pochezza e la povertà dei loro animi; sbandieramenti con svastiche e cori fascisti e chi più ne ha più ne metta, ma si renda prima o poi conto di quanto è ridicolo per piacere.
Potrei andare avanti per ore, sottolineando come tutti coloro che non volendo seguire il Calcio per qualsivoglia motivo sociopoliticoetnicoculturale o non sapendolo apprezzare per quello che è, e cioè puro e semplice sport, e dovendoci piazzare qualche secondo fine sociopoliticoetnicoculturale perdono comunque una buona parte del loro tempo libero per cercare di denigrarlo o di distorcerlo, in realtà facciano una figura ancora più meschina di quella che loro pensano facciano i tifosi.

Solitamente sono anche persone che s'affannano a dare alla propria esistenza un valore aggiunto. Che si prendono sempre sul serio, che hanno dato l'anima a qualche causa indubbiamente nobile, persone tutte d'un pezzo che dall'alto delle loro valide esistenze giudicano il Tifoso e lo Sport, additandoli come becere perdite di tempo che rovinano l'immagine dell'uomo sapiente.
In verità, in verità vi dico: avete spaccato i maroni.
Non riuscite a vedere niente per cui valga la pena seguire la Nazionale di Calcio? Bòn, nessuno vi obbliga. Siete colti, siete eruditi, avete investito in una vita pregna di significato, non dovrebbe essere complicato per voi il concetto della Libera Scelta.
Liberamente, quindi, scegliete di dissociarvi da questa pratica barbara, retrograda e bassa.
Dissociatevi e lasciateci divertire, lasciateci entusiasmare, lasciateci tifare, lasciateci vincere o lasciateci perdere. Ma lasciateci in pace, ne fate una figura migliore.

Detto questo, alla fine dei giochi, il mio pur sempre vecchio amante Calcio mi lascia sempre quell'amaro in bocca che invece la mia anima gemella Rugby ha saputo togliere con tanta gentilezza.
Abbiamo perso la finale, l'altra squadra ha giocato meglio ed ha meritato la vittoria.
Invece di dare la colpa ai portasfiga, all'allenatore, alla congiunzione astrale o a che so io, non sarebbe stato venti volte più soddisfacente un bel Terzo Tempo?
Io dico di sì.

17 giugno 2012

The Distances

Poco più assestati rispetto a prima, si continua a camminare.
Il lavoro va avanti, in tutti i sensi. Lo studio va avanti. Il tempo passa.
Iniziamo a dar la forma del sedere al nostro divano, a prendere qualche abitudine. Del resto, noi siamo venuti qui per restare, anche se non sappiamo ancora per quanto - e soprattutto la cosa non è interamente in nostro potere.

Le nostre strade si spingono sempre più spesso fuori dagli ambienti di lavoro e casa, incrociandosi con tante altre. Spesso capita che siano altri italiani, o magari altri europei.
Siamo generalmente tra quelli con più anni sulle spalle e di sicuro siamo tra i pochi immigrati. Normalmente il tipo di europeo che incontri da queste parti ha tra i 20 e i 25 anni e fa il backpacker. Lavora nell'hospitality per racimolare soldi e li investe per la prossima meta.
In alcuni casi sono ragazzi che è qualche anno che sono lontani da casa, che lavorano sodo e che, pur cambiando meta, hanno una linea di carriera tracciata e i propri progetti in testa.
In altri casi sono i fantomatici cazzeggioni, che non si capisce mai da dove tirino fuori i soldi e come facciano per sopravvivere - salvo l'aver masterato con cura l'arte dello scrocco, perlopiù ignota a chi si guadagna il proprio pane.
Noi, più un altro paio che come noi si sono spostati esclusivamente spinti dalla volontà di una qualità della vita migliore ed una prospettiva di carriera, siamo comunque diversi da loro.
Pronti a viaggiare, ma la condizione prima per farlo è un terreno solido sotto i piedi, un percorso di vita a lungo termine se non definito almeno vagamente tracciato.
Pronti a viaggiare come conseguenza di uno stile di vita con un buon livello.
Con la valigia in mano sapendo che prima o poi si torna al disegno originale. Non necessariamente nello stesso posto fisico, ma necessariamente con le stesse linee guida.

Oltretutto, alcuni dell'ultima categoria, come ha saggiamente affermato l'Uomo "pensano di vivere su di una barca e non sanno cosa sia l'igiene personale".
Backpackers di tutto il mondo, non vi chiedo di unirvi.
Backpackers di tutto il mondo, vi chiedo di lavarvi.
Almeno quando ne avete i mezzi.

19 maggio 2012

Moving on

Dopo l'ottenimento del Work Visa, seppur molto breve, continua la marcia.

Il lavoro continua ad andare bene, vado d'accordo pressoché con tutti e ormai i miei manager fanno affidamento su di me.
Ho fatto richiesta per un avanzamento. Qui funziona così, devi essere sfacciato: è rarissimo che la promozione cada dal cielo come una benedizione, se vuoi qualcosa devi chiederla.
Ad ogni modo, la richiesta è stata accolta positivamente da chi di dovere, pian piano le cose stanno prendendo una forma a me più congeniale.

Ieri sono arrivati i risultati del mio WSET Level2 dopo quasi un mese dal sostenimento dell'esame.
Con una votazione di 90 punti ho ottenuto il pass with distinction, che è il massimo. Sono molto soddisfatta, ora punto ad attaccare il WSET Level3 tra qualche mese.
Nel frattempo ho anche lavorato su un report riguardante i vini italiani, per il boss in persona, e sto continuando a leggere libri che trattano di whisky.
Giusto per non perdere tempo, no?

Da oggi sono ufficialmente in ferie fino al 28 di maggio.
Ho preso come occasione l'arrivo di Anneli qui in New Zealand per prendere una pausa - ma porterò con me i miei libri con la speranza di non rimanere indietro con la tabella di marcia - e visitare perlomeno l'isola Nord.
Da quando sono arrivata, ai primi di novembre, ho visitato solamente Auckland e dintorni (North Shore, Rangitoto Island). Prima che si entri nell'inverno, è un buon momento di prendere fiato, guardarsi attorno, fare un giro e stare in compagnia di una cara amica.
Mi si stringe un po' il cuore perché l'Omo, dal canto suo, avendo scelto di cambiare lavoro proprio in questi giorni, sarà alle prese con "la prima settimana di lavoro" e non potrà stare con noi.
Faremo comunque due tappe ad Auckland, durante il giro, per coinvolgerlo il più possibile.

Farò milioni di foto, promesso, e ve ne mostrerò qualcuna.