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27 gennaio 2013

Karma Chameleon

Inizio a pensare che forse non è il luogo in cui sono ma il cosa sto facendo.
Che sembra la scoperta del manico a sinistra, ve lo concedo, ma allo stesso tempo uno pensa sempre di conoscersi abbastanza a fondo da sapere quali sono le scelte migliori da fare e le strade da percorrere.
Beh, no.
Ma proprio per niente.

Però, se ho imparato qualcosa in questi miei quasi 30 anni (mannaggialcacchio) è che a volte per arrivare alla soluzione, devi prima risolvere tutto il procedimento. E, sempre a volte, il procedimento è molto più lungo e laborioso di quanto poi sia la soluzione in sé.

E quindi niente, piano piano ci si arriva.
Come Eowyn, quello che mi fa paura è la gabbia. About time.
La Gabbia che prima di venir qua pensavo fosse casa, la Brianza, il restare incatenati agli stessi luoghi e agli stessi modi. Ora che sono dall'altra parte del mondo, capisco che non è così. Soffro ancora la gabbia e purtroppo un po' te la porti dietro con le scelte che fai, con le routine che costruisci giorno per giorno, con le situazioni in cui ti trovi anche involontariamente.
Ho bisogno di vivere situazioni in cui c'è continuo movimento, sono sempre stimolata, ho la possibilità di fare la differenza o di rallentare per godere il paesaggio. Ho bisogno che ogni mattino sia diverso da quello precedente e se non lo è, perlomeno che la giornata si evolva in modo diverso. Ho bisogno di impegnare testa e corpo in cose che prendono vita, che germogliano, che crescono, che cambiano.

E no, non sto parlando di mettermi a fare la giardiniera.
Ho il pollice nero.

04 gennaio 2012

How to be a kiwi

Quest'anno, in barba alle previsioni Maya, abbiamo ballato sulla testa di tutti: sotto la SkyTower alla mezzanotte siamo stati i primi al mondo a salutare il 2012 con 10 minuti di orologio di fuochi d'artificio.
Siamo scesi al Viaduct Harbor, zona portuale piena di locali, dove i baristi del ristorante dove lavora la mia coinquilina ci hanno offerto da bere tutta la sera.
Ci siamo trascinati su per Queen street poco prima dell'alba, fermandoci a mangiare un chicken burger da Wendy, cara Wendy, perché chiudendo gli occhi il mondo girava troppo in fretta e dovevamo far zavorra con quel panino.

2012 anno kiwi, per noi immigrati di Queen street, anche se ancora ognuno di noi si sta affannando e dimenando per capire cosa questo significhi. Tra chi si butta a testa bassa in un lavoro, o magari anche due, chi fantastica su nuove prospettive di carriera e si immerge in studi faidate, chi corre su e giù per la città a scoprire cose perché concentrarsi solo sul trovare lavoro abbatte lo spirito e chi, tra alti e bassi, male non si trova ma aveva aspettative troppo alte e deve affrontare la realtà.
Uno dopo l'altro sperimentiamo i quattro stadi del vivere all'estero, senza aspettarsi l'un l'altro, sparpagliati tra la  Honeymoon, Rage, Understanding ma ancor nessuno ovviamente raggiunge l'Acclimation.

Come pesci in una vasca, qui, proprio in riva al mare dove stanno anche tutti gli altri. Tra inquilini italiani e spagnoli, colleghi scozzesi, croati, tedeschi, sudafricani, francesi e cinesi, vicini asiatici e sudamericani e nordafricani a me è caduta in mano una chiave.
Una chiave che mi suggerisce che sì, l'Acclimation è fondamentale per poter entrare nei meccanismi di vita pratica e quotidiana dei neozelandesi, forse però è possibile limitare le vette dell'Honeymoon e soprattutto alleggerire i pesi della Rage stage se ci si mette l'anima in pace e ci si adatta ad essere un semplice cittadino del mondo.
E sì, so perfettamente che detta così pare una cagata alla woodstockfioreneicapellipaceeamore. Sembra però che funzioni.
C'è da rimanere curiosi sulle differenze del Mondo, altrimenti tutto il mondo è Brianza (facciamoci un pensiasino - no), c'è da sapere sempre da dove si viene e di cosa essere orgogliosi delle proprie origini, che sia una pizza o la propria famiglia o l'ARCI Pintupi o la storia o la cultura o il sole il mare il cuore l'amore.
Forse perché sono andata via sentendomi comunque, nel mio piccolo, italiana (ma più europea, che italiana) e se sono fuggita è perché adesso l'Europa è oggettivamente invivibile. Sono anche andata via senza risposte definitive, solo con tante idee e con tanta voglia di riscatto e di soddisfazioni, con la curiosità di vedere cosa c'è e con la leggerezza della certezza di non aver *abbandonato* niente a casa. Perlomeno niente che fosse importante.

In definitiva balliamo, in testa al mondo ed in testa al passato, calciando via a colpi di tacco le cose brutte e le fatiche inutili, lasciando in pista le cose che contano.
Siamo alla fine del mondo, la fine dove tutto inizia prima, anche il giorno.
Balliamo e vediamo su che piste andiamo a finire.

05 novembre 2011

The Gunpowder Plot

Remember, remember
The fifth of November,
Gunpowder Treason and Plot,
I see no reason
Why gunpowder treason
Should ever be forgot


Altro appunto per il 5 di novembre: io parto, ciao.
Bye for now.

20 ottobre 2011

Career Opportunities

Come ad alcuni di voi già ho anticipato in via privata, credo di avere da poco scoperto cosa voglio fare da grande. Tra il serio ed il faceto sto provando a fare outing, anche per capire se è l'ondata di entusiasmo del momento o se effettivamente ha fondamenti di un qualsivoglia genere.
Ho fatto mente locale, negli ultimi anni di lavoro, di cosa mi è piaciuto e cosa invece meno. Il risultato in prima battuta ha stupito un po' anche me, anche se effettivamente l'acquisto del mio ultimo telefonino avrebbe dovuto darmi qualche indizio.

Sono in questi giorni alle prese con la riscrittura del mio CV in lingua inglese, niente di così drammatico se non che le posizioni lavorative sono leggermente diverse. Termini che per noi italiani indicano alte cariche di responsabilità in inglese vengono in buona parte sgravate.
Mi son così ritrovata a scrivere che nell'ultima esperienza lavorativa sono stata Store Manager.
In italiano, per l'appunto, sarebbe stato un azzardo bello e buono e sarebbe stato molto più giusto scrivere Responsabile P.V..
Stando però ai compiti dell'uno e dell'altro scopri che le due cariche coincidono, con qualche punto a favore dello Store Manager, almeno ai miei occhi.
Oltre alla gestione ordini ed in generale alla gestione della "macchina punto vendita", alla formazione dei nuovi assunti, all'essere l'interfaccia ufficiale con i piani alti dell'azienda e al prendere in consegna problematiche relative alla gestione del cliente (cose appunto che accomunano la voce Responsabile P.V. a quella Store Manager), lo Store Manager difficilmente è costantemente attivo dietro al bancone a dedicarsi alla "semplice" vendita. Quello lo fa il Responsabile P.V., che è un commesso e in più anche un responsabile.
A quanto pare, in clima anglosassone, se sei responsabile non sei anche commesso/impiegato. O meglio: lo sei ma marginalmente perché il tuo lavoro principale è gestire e lo fai anche probabilmente in maniera più accentrata rispetto al Responsabile P.V..

Ecco.
E poi appunto, ho già un BlackBerry, come ogni buon manager cliché che si rispetti.
E voglio manageriare da grande.
Mi ci vedete?

15 settembre 2011

Zavorre


Mancano ormai meno di due mesi alla partenza, tutto ciò che riguarda il settore "burocratico" è pronto.
Passaporto pronto, visti accettati, biglietti aerei verranno confermati la prima settimana di ottobre.

Dimissioni date, contratto d'affitto sciolto, poco prima di partire daremo anche le varie e noiose disdette alle varie Enel, Telecom Italia, frizzi&lazzi. Riguardo a questo, peraltro, già temo lunghe e perigliose battaglie da oltreoceano perché avranno perso le disdette, perché chi stacca le linee è in malattia, perché c'è una E che pare una F da qualche parte e non possono accettare la richiesta, perché il terzo giovedì del mese il Dio delle Telecomunicazioni blocca le disattivazioni, ecc ecc...
Adesso è ora di pensare a tutto quello che riguarda il materiale.

Passi la tua vita a comprare cose per la casa, libri da leggere, vestiti, scarpe, borse, quadri, piatti e bicchieri nuovi, fiori per il balcone (non io perché ho il pollice nero), i dadi di pelouche per l'automobile, diecimila prodotti per il corpo e per i capelli, più altre altre diecimila cose che adesso non mi vengono in mente.
Poi ti rendi conto che di queste cose non ne puoi portare con te che una minimissima parte.
Ultimamente questa è la cosa che mi atterrisce di più. E' da più di un mese, per la gioia del fidanzo, che non compro un vestito, una scarpa, un ciabattino, un orecchino, perché poi lo dovrei aggiungere alle cose che già devo cercare di infilare in valigia.
Ho appena risolto lo spinosissimo problema libri prendendomi, come già citato nel post precedente, il Kindle. Ora dovrò fare il famoso censimento di tutti quelli che ho a casa e donarli a chi decide che ci sono dei titoli che interessano.
Ho anche risolto l'enigma del basso, che non volevo vendere ad uno sconosciuto. L'ho donato ad un amico che  sono sicura lo terrà proprio come fosse suo, in cambio di una cena. Dovrò trovare qualcuno per la chitarra acustica, che però è vecchia e ha un buchetto sul culo che la fa scordare... la regalerò all'ARCI Pintupi, così sarà di tutti quelli che la vogliono usare.
Ora dovrò pensare di inscatolare le cose della cucina, che andranno un po' in cantina dai miei un po' a chi le vorrà. Qualche vestito e scarpa e borsa sarà indubbiamente sacrificato o perlomeno accantonato momentaneamente, così come tutto quello che riguarda la biancheria del letto e del bagno.
E nonostante tutto quello che ritengo di poter lasciar andare, ho l'impressione che far stare la mia vita in un paio di valigie sarà comunque mission impossible.
Bisognerà anche capire come funziona l'eventuale spedizione in seconda battuta con così tante miglia di distanza.

Si vede che sta iniziando a venirmi l'ansia, vero?
Argh.