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27 gennaio 2013

Karma Chameleon

Inizio a pensare che forse non è il luogo in cui sono ma il cosa sto facendo.
Che sembra la scoperta del manico a sinistra, ve lo concedo, ma allo stesso tempo uno pensa sempre di conoscersi abbastanza a fondo da sapere quali sono le scelte migliori da fare e le strade da percorrere.
Beh, no.
Ma proprio per niente.

Però, se ho imparato qualcosa in questi miei quasi 30 anni (mannaggialcacchio) è che a volte per arrivare alla soluzione, devi prima risolvere tutto il procedimento. E, sempre a volte, il procedimento è molto più lungo e laborioso di quanto poi sia la soluzione in sé.

E quindi niente, piano piano ci si arriva.
Come Eowyn, quello che mi fa paura è la gabbia. About time.
La Gabbia che prima di venir qua pensavo fosse casa, la Brianza, il restare incatenati agli stessi luoghi e agli stessi modi. Ora che sono dall'altra parte del mondo, capisco che non è così. Soffro ancora la gabbia e purtroppo un po' te la porti dietro con le scelte che fai, con le routine che costruisci giorno per giorno, con le situazioni in cui ti trovi anche involontariamente.
Ho bisogno di vivere situazioni in cui c'è continuo movimento, sono sempre stimolata, ho la possibilità di fare la differenza o di rallentare per godere il paesaggio. Ho bisogno che ogni mattino sia diverso da quello precedente e se non lo è, perlomeno che la giornata si evolva in modo diverso. Ho bisogno di impegnare testa e corpo in cose che prendono vita, che germogliano, che crescono, che cambiano.

E no, non sto parlando di mettermi a fare la giardiniera.
Ho il pollice nero.

14 marzo 2012

Bewußtsein

Non sono in paradiso.
Non ho mai pensato che avrei lasciato la Brianza per andare in paradiso.
Ho sempre pensato che avrei lasciato la Brianza per andare in un posto dove ora come ora si sta meglio.
Io sto meglio.

Quello che manca a molti di coloro che partono - e puntualizzo che non è stato il mio caso - è la misura di quello che lasciano.
Cosa lasciano, come la lasciano, perché la lasciano.
La misura, l'altezza, il peso specifico, la densità.

Io ho lasciato l'Italia e non credo di avere qualche impulso di qualche genere nel voler tornare in italica patria.
Mi manca la verde e ridente Brianza. La Brianza che respira, sdraiata sul fianco delle Prealpi, facendo l'occhiolino all'industriosa ed indaffarata Milano. La Brianza piccola, un enorme paese dove in qualsiasi modo ti giri incappi in persone note ed in posti in cui sei un abitué. La Brianza che mette le sue verdi e nebbiose dita attorno al tuo collo e se cominci ad agitarti un po' troppo stringe la presa, mozzandoti il fiato ma senza ammazzarti. La Brianza che un po' si incazza ma poi perdona se la trascuri per qualche tempo.
Mi manca la verde e ridente Brianza, ma essendo lei in Italia, per ora il nostro sarà uno struggente e platonico amore. La penserò ogni giorno e lei lo saprà.
Del resto, a me la nebbia è sempre piaciuta.

Qui sto meglio, nonostante le difficoltà della lingua, del permesso di soggiorno, dell'incertezza del domani, dello sradicamento.
Vedo i pro e vedo i contro e ho deciso che per ora i contro sono molti meno dei pro, quindi respiro a pieni polmoni e aspetto a braccia aperte tutto quello che verrà.
Ho fatto il giro completo, a testa in giù hai un'altra prospettiva, altre angolature, altri tempi ed altri modi. Ed altri luoghi. Altre distanze.
Quel che vedo mi piace, mi affascina, mi incuriosisce e mi porta a dire che sì, già che son qui, prendo tutto quel che c'è e cerco di vedere tutto quel che posso.

La misura di cui parlavo, però, è un'altra.
E' una misura più generale eppur più specifica. Più omnicomprensiva, proprio per questo è una buona misura ed alla lunga credo sia la misura in cui voglio stare.
Una misura completamente diversa da quella che c'è qui, che eppur ora è la migliore possibile per le priorità che ho, direi diametralmente opposta. Così come l'Oceania è diametralmente opposta all'Europa.
In Nuova Zelanda sono al margine del mondo, sto seduta su un panorama naturale di una bellezza che toglie il fiato e guardo le distanze sconfinate che mi separano dall'Australia, dall'Indonesia, dal Giappone, dall'India, dalla Cambogia e dal Vietnam. Vedo da qui culture che posso solo osservare, da lontano, da cui trarne piacere e affascinamento se prese a piccole dosi. Tipo l'andarci a fare un viaggio.
Da qui se sposto montagne, oceano, vallate, vigneti, fiumi, laghi e tramonti però vedo pochi Maori e una cultura che potrebbe avere l'età di mia nonna (d'accordo, mia nonna è molto vecchia).
Un sedile eccezionale, unico al mondo, di una bellezza fuori dal normale. Ma sotto non c'è nemmeno un tappeto e per andarlo a trovare bisogna camminare parecchio.

La mia misura è l'Europa, dopodiché la mia misura è il Mondo.
In Europa è tutto così vicino anche se è profondamente distante. L'oceano da un bar di Porto, la bellezza selvaggia dell'Ovest più profondo nel Connemara, i fiordi norvegesi, i mille laghi della Finlandia, la sconfinata Foresta Nera ed i castelli da fiaba in Germania, l'unicità dell'Italia, il misticismo dei templi in Grecia, il mondo parallelo nelle vaste pianure ad est della Polonia, il Mediterraneo e le Faroe Islands che fanno l'occhiolino all'Islanda, l'esoticità dell'entroterra spagnolo, il Mar Nero, le Highlands scozzesi. E potrei andare avanti per ore.
Chi cerca di convincermi che questo lato del mondo è meglio perché vedi cose che "a casa non ci sono" mi fa venire i brividi. Forse si tratta più di unicità di luoghi, qui come lì come in Sudamerica o Africa o negli USA o in Canada. Forse chi disprezza quello che ha a casa in favore di uno scenario mozzafiato deve fare prima pace con le proprie radici.
Io no.
Conosco bene la mia misura, so da dove vengo ed apprezzo quello che ho lasciato nella cara e vecchia Europa, piena di problemi di ogni genere ma soprattutto di diversità naturali e culturali. Soprattutto culturali.
Forse la formula sta più nel trovare tutte le variabili dell'equazione, più che preferirne una sull'altra, sapendo che sono tutte diverse tra loro. E riconoscendo la propria.
Forse chi snobba il selciato sul quale duemila anni fa ha passeggiato Aristotele, chi ride di Stonehenge, chi sminuisce il Colosseo, chi non ha idea di cosa siano le Meteore (vergogna), chi non è mai stato a mollo nelle terme romane a Budapest, chi non ha mangiato un kebab seduto nel Barbacane di Cracovia, visitato il Check Point Charlie a Berlino, fatto una foto con Nessie, pescato in un fiordo, camminato a Santiago, visto l'Africa da Gibilterra, pattinato sul ghiaccio nel mare di dicembre ad Helsinki e così via, ha molti più problemi di me a trovare la propria misura nel mondo.
Io no.
Io sto meglio.
Io sto bene.

13 febbraio 2012

Yes we can.

Transizione.
La mia intenzione iniziale era di scrivere il prossimo post qualora avessi avuto qualche big big good news riguardante la permanenza neozelandese. Ho pensato solo in un secondo momento che sarebbe passato parecchio tempo. Verosimilmente molto più di quanto avessi immaginato in prima battuta.

No pain no gain, I heard them say (cit. Mike Ness).
Sapevo che non sarebbe stato facile, che ci sarebbe voluto del tempo, soldi, perseveranza.
Eppure, dopo l'impatto iniziale e la facilità con cui avevamo ottenuto la patente neozelandese e l'IRD (l'equivalente del codice fiscale italiano, che i poveri giargiani in terra italica devono sudarsi in quattordici camicie, poiché sette non sono abbastanza) quasi quasi c'avevo sperato, nel miracolo.
Quindi no, niente, per adesso siamo ancora qui con il Working Holiday Visa, ancora alle prese con code all'Ufficio Immigrazione, informazioni frammentate, lista di cose da pagare, documenti da recuperare necessariamente dall'Italia con conseguenti lacrime amare. E sopra ogni cosa: incertezza.
Sì perché ci siamo abituati a pensare che quando un'azienda di un Paese straniero decide che ti vuole allora è fatta, bisogna occuparsi di tutta una serie di noiose burocrazie ma sostanzialmente si è a posto.
Qui non è così. Puoi voler fortissimamente lavorare per quell'azienda, la quale a sua volta vuole fortissimamente te sopra ogni altro candidato. Not. Enough. Se l'Immigrazione ritiene che il tuo lavoro può essere fatto da un kiwi, non importa che sia meno motivato/qualificato/experienced rispetto a te, non importa che l'azienda non voglia lui ma voglia te. Tutto quello che otterrai è un sonoro DENIED.
Quindi è fondamentale continuare a spingere e mantenere un'attitudine positiva. Altrimenti è tutto vano.

Nel frattempo, mi concentro sulle cose positive dell'essere qui e ora. Hic et Nunc.
Sono in uno dei posti migliori di tutto il globo terrestre, per quanto riguarda l'economia ed il lavoro. Nonostante io sia al minimum wage e l'Omo sia addirittura solo part time, riusciamo a permetterci tutto quello che vogliamo (senza eccessi, ovviamente) e a risparmiare. Al lavoro siamo valorizzati, nella maniera e nella misura in cui noi vogliamo esserlo. Siamo stimolati dagli imput che arrivano dall'esterno, facciamo progetti, apriamo porte, tracciamo percorsi. Ci muoviamo.
Facciamo tutto il contrario di quello che facevamo in Italia. A casa soffrivamo il presente, incatenati, e guardavamo al futuro come remoto ed improbabile. Qui puntiamo dritto al presente, traendone il massimo, guardando al futuro come un qualcosa che prenderà forma da sé e, qualunque direzione prenda, saremo preparati.

C'è tempo per lavorare, di tanto in tanto girare nei dintorni di Auckland e fare un po' i turisti, risparmiare, stare insieme. E buttarsi in nuove esperienze.
Da qui alla fine di Aprile farò ben tre corsi di vino. I primi due sono la Wine Academy, stage one e stage two, di Glengarry. Rilasceranno certificazione, riconosciuta ovviamente solo a livello nazionale. Il terzo è il Level 2 della New Zealand School of Wines and Spirits, che è affiliata, e quindi riconosciuta a livello internazionale, alla WSET. L'intenzione è di fare anche il Level 3, l'Advanced, dopo il quale c'è "solamente" il Diploma. Ed eventualmente l'ultimo step sarebbe il Master of Wine.
Ma prendiamola con calma, per adesso è abbastanza.

10 novembre 2011

Instant Polaroid

Qui è giovedì 10 novembre ed è passato da poco mezzogiorno.
Il sole splende o almeno per ora così pare. In realtà qui il tempo è come in Irlanda o in Gran Bretagna ma all'ennesima potenza: ti alzi al mattino che piove come se non ci fosse un domani, poi s'alza un vento che spinge in poppa anche le barche in secco e un'ora dopo c'è un sole che in otto minuti netti hai preso un'ustione di secondo grado in viso.
Da ricordare: qui siamo proprio sotto il buco dell'ozono, non è un modo di dire che ci vogliono otto minuti per ustionarsi. Se vai in farmacia i cosmetici hanno tutti, di base, una solar proof di almeno 15.

Primi step nel mondo del lavoro, anche se voglio fare le cose con calma.
Essendo diventata ormai membro del grande Giargians United, credo che la cosa migliore da fare sia creare una serie diversificata di CV + Cover Letter a seconda del campo in cui voglio fare apply. Inutile dire che è un lavoro lungo e tedioso.
In Italia il CV è relativamente semplice: un elenco puntato delle tue conoscenze ed esperienze con qualche parola, molto breve di spiegazione.
Qui vogliono la lava e la fava di tutto, anche di quello che fai la domenica mattina quando t'alzi e sai che non devi lavorare. Ti entrano nel cervello, vogliono spiegazioni dettagliatissime su tutto, vogliono che ti vendi, che ti pubblicizzi.
Bisogna abituarcisi.

Spero entro il week end di rilassarmi un po' (fosse per me mi sarei rilassata già da lunedì, al nostro arrivo, ma diversamente da me l'Uomo ha il timore ancestrale di diventare la spazzatura dell'Universo se non trova subito un lavoro quindi "non c'è tempo per fare i turisti"). Mi imporrò almeno nel settimo giorno e vedrò di fare qualche foto. Meteo permettendo.

05 novembre 2011

The Gunpowder Plot

Remember, remember
The fifth of November,
Gunpowder Treason and Plot,
I see no reason
Why gunpowder treason
Should ever be forgot


Altro appunto per il 5 di novembre: io parto, ciao.
Bye for now.

15 settembre 2011

Zavorre


Mancano ormai meno di due mesi alla partenza, tutto ciò che riguarda il settore "burocratico" è pronto.
Passaporto pronto, visti accettati, biglietti aerei verranno confermati la prima settimana di ottobre.

Dimissioni date, contratto d'affitto sciolto, poco prima di partire daremo anche le varie e noiose disdette alle varie Enel, Telecom Italia, frizzi&lazzi. Riguardo a questo, peraltro, già temo lunghe e perigliose battaglie da oltreoceano perché avranno perso le disdette, perché chi stacca le linee è in malattia, perché c'è una E che pare una F da qualche parte e non possono accettare la richiesta, perché il terzo giovedì del mese il Dio delle Telecomunicazioni blocca le disattivazioni, ecc ecc...
Adesso è ora di pensare a tutto quello che riguarda il materiale.

Passi la tua vita a comprare cose per la casa, libri da leggere, vestiti, scarpe, borse, quadri, piatti e bicchieri nuovi, fiori per il balcone (non io perché ho il pollice nero), i dadi di pelouche per l'automobile, diecimila prodotti per il corpo e per i capelli, più altre altre diecimila cose che adesso non mi vengono in mente.
Poi ti rendi conto che di queste cose non ne puoi portare con te che una minimissima parte.
Ultimamente questa è la cosa che mi atterrisce di più. E' da più di un mese, per la gioia del fidanzo, che non compro un vestito, una scarpa, un ciabattino, un orecchino, perché poi lo dovrei aggiungere alle cose che già devo cercare di infilare in valigia.
Ho appena risolto lo spinosissimo problema libri prendendomi, come già citato nel post precedente, il Kindle. Ora dovrò fare il famoso censimento di tutti quelli che ho a casa e donarli a chi decide che ci sono dei titoli che interessano.
Ho anche risolto l'enigma del basso, che non volevo vendere ad uno sconosciuto. L'ho donato ad un amico che  sono sicura lo terrà proprio come fosse suo, in cambio di una cena. Dovrò trovare qualcuno per la chitarra acustica, che però è vecchia e ha un buchetto sul culo che la fa scordare... la regalerò all'ARCI Pintupi, così sarà di tutti quelli che la vogliono usare.
Ora dovrò pensare di inscatolare le cose della cucina, che andranno un po' in cantina dai miei un po' a chi le vorrà. Qualche vestito e scarpa e borsa sarà indubbiamente sacrificato o perlomeno accantonato momentaneamente, così come tutto quello che riguarda la biancheria del letto e del bagno.
E nonostante tutto quello che ritengo di poter lasciar andare, ho l'impressione che far stare la mia vita in un paio di valigie sarà comunque mission impossible.
Bisognerà anche capire come funziona l'eventuale spedizione in seconda battuta con così tante miglia di distanza.

Si vede che sta iniziando a venirmi l'ansia, vero?
Argh.

27 agosto 2011

Legami.

Complice il fatto che ormai so esattamente quanto tempo mi resta prima di andarmene a miglia e miglia di distanza, ultimamente mi sono ritrovata spesso a pensare ai miei legami, alla loro natura ed alle loro evoluzioni. O involuzioni.

Sarà che sono più sensibile all'argomento ma mi sembra di notare come alcuni legami siano indubbiamente più forti di altri, a prescindere dal tempo che trascorro con l'altra persona o dal modo in cui lo trascorro (uscita a bere, telefonata, chiacchierata su internet).
Altri invece stanno pian piano scoprendo buchi, carenze, graffi. Sto cercando di capirne il perché. Un paio in generale sfuggono completamente ad ogni mio tentativo di razionalizzazione.
Comportamenti imprevisti, sparizioni, cambi d'umore nei miei confronti che non riesco a giustificare né tanto meno a prevedere. In ognuna di queste occasioni, mi duole dirlo, mi sento sempre in difetto. Oddio cos'avrò fatto, cos'avrò detto, a cosa non avrò prestato la dovuta attenzione.
Stanotte poi, dopo l'ennesima dimostrazione, mi sono fermata un istante. Perché dev'essere sempre una mia mancanza? Il problema non può semplicemente essere dell'altro?
Non se ne esce.

Potrebbe essere una questione di aspettative.
Ho notato che le persone con cui è difficile che io abbia situazioni così complicate sono le stesse persone che non hanno una proiezione mentale. Non si aspettano che io faccia o dica questa o quella cosa a priori, né io con loro.
Non spariscono, non se la prendono se passo il mio tempo col mio compagno o con altri affetti, non si aspettano che io faccia qualcosa a meno che io non voglia farla.

Come ho detto a Cecilia però, che non è nient'altro che uno dei miei famosi legami indissolubili, sono stanca. Errore mio, lascio che le cose facciano il loro corso senza intervenire prima finché assumono proporzioni che non sono più in grado di tenermi sulle spalle. Penso sempre che sia una mia colpa, giustifico, lascio correre. E poi non dimentico.
Presto o tardi il punto di rottura arriva: queste persone, a cui continuo a voler bene, si trasformano in vampiri emozionali. La loro presenza o l'anche solo il pensarli mi prosciuga energie, mi indebolisce, mi abbatte. Di fronte a loro mi sento inerme, come se mi avessero in pugno e fossero libere di usarmi come un bambolotto da vestire e far giocare.

Devo trovare il modo di uscirne, o sanando quello che si può o tagliando con forbice questo legame, pur col cuore pesante.
Il problema è come.